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19 Ottobre 2023

Comunicare è un bisogno primario

illustrazione: disegnando insieme a scuola

"Inferno andata e ritorno", un progetto di Loredana Silano

Loredana Silano è insegnante di sostegno delle scuole superiori, con una preparazione specifica per l’affiancamento di persone con autismo. Sul lavoro nutre uno spiccato interesse nella ricerca di forme alternative di comunicazione che permettano a chiunque di poter esprimere i propri bisogni, “perché comunicare è un bisogno primario, come bere e come mangiare”.

Quando è nato l’interesse per l’insegnamento?

Ho intrapreso questa strada per caso. In realtà io ero in corsa per proseguire i miei studi di giurisprudenza. Sennonché, dopo aver superato un concorso sono entrata alla S.I.S.S., dove ho frequentato due anni di università aggiuntiva, con tanto di tesi, e la successiva specializzazione nel sostegno, con altrettanta tesi e tirocinio. 

Tanto studio e tanta formazione sul campo mi hanno permesso di raggiungere la piena consapevolezza di questa strada, di questo mestiere, a cui prima non avevo mai pensato fino in fondo.

Come si è avvicinata al sostegno?

L’insegnamento non era nelle mie idee, a maggior ragione non lo era il sostegno. Oggi sono convinta che qualunque insegnante, di qualsiasi materia, dovrebbe fare, anche per un tempo limitato, l’esperienza di affiancare una persona con disabilità, perché ti cambia la prospettiva e l’approccio alla relazione con le nuove generazioni. Seguire il percorso teorico ti dà gli strumenti per poi andare sul campo a sperimentare cosa vuol dire stare con le persone che hanno dei bisogni specifici. 

Io lavoro tanto con la pancia, è uno dei miei strumenti. Cerco sempre di costruire una relazione che permetta di predisporre un ambiente di apprendimento all’insegna del benessere e dell’agio scolastico. Una volta costruita la relazione diventa più semplice realizzare percorsi didattici personalizzati, stimolanti e formativi. Quindi, secondo me, è un percorso che qualsiasi insegnante dovrebbe intraprendere, anche quelli che sono scettici e si dichiarano incompatibili con questa forma di lavoro.

Scettici sulla base di cosa?

I pregiudizi sono parte della nostra vita. Questo è un mondo che ci educa alla competizione e al potere. Si pensa che l’insegnante che sta con un ragazzo o una ragazza con disabilità non sia un insegnante. Tanti miei colleghi mi dicono: “siete degli eroi, quello che fate.. io non saprei farlo”. 

Ecco, questo genere di complimento è un apparente complimento. Fa trasparire che, per loro, imboccare il ragazzo o dargli l’acqua, perché stai tentando di soddisfare un suo bisogno primario che altrimenti non gli permetterebbe di seguire la lezione, è una forma così eccezionale di attività che non la farebbero mai. Ti vedono addirittura come un eroe, ti vedono come una persona di uno straordinario coraggio. 

Io rispondo ai colleghi che in realtà non è niente di speciale. I bisogni dovrebbero essere colti in qualsiasi attività tu faccia, si tratti di bisogni primari o di natura didattica. Non è assolutamente niente di eroico. Quando giro la chiave della macchina per tornare a casa sento che sono stata io a ricevere. Si tratta di un meccanismo che bisogna solo provare, perché altrimenti sembra il manifesto che vuole convincere qualcuno.

Il suo progetto “Inferno andata e ritorno” è stato inserito all’interno del P.C.T.O. Cosa significa questa sigla?

La scuola vive di sigle che cambiano di continuo. PCTO è l’acronimo di  “Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento”, che ha sostituito la sigla A.S.L. (Alternanza Scuola Lavoro). 

Un P.C.T.O. sarebbe l’esperienza che fa uno studente o una studentessa al di fuori della scuola o all’interno della stessa, per maturare competenze trasversali utili nel mondo del lavoro.

illustrazione: CAA il pointing

Come siete riusciti a rendere accessibile la lezione e il progetto a F. ?

Il progetto nasce dall’osservazione dei bisogni dell’alunno con disabilità che seguo. Durante la lettura dell’Inferno di Dante è scattata in me la domanda: “come posso agire per far sì che questa lezione sia a misura di questo ragazzo?”.

Abbiamo selezionato dei canti, i più accattivanti, e fatto in modo che ogni gruppo, erano quattro, avesse un canto per poi semplificarlo nel racconto e renderlo accessibile anche a F.. 

Una volta fatto il riassunto con parole semplici, secondo le sfumature che i compagni e le compagne selezionavano, veniva scritto su questo Software (Symwriter) che ha la capacità di accoppiare a ogni parola un simbolo. 

Abbiamo così creato un libro che potesse essere poi oggetto di lettura da parte dei compagni e compagne per F.. 

Ci sono stati tanti momenti dove F. ha manifestato proprio gioia nello stare con i coetanei. A questi ultimi è stato insegnato la modalità di lettura dei libri scritti con Symwriter (chiamati IN-BOOK) che oggi sono disponibili in molte  biblioteche pubbliche. 

La classe ha potuto sperimentare la conoscenza di un programma per la comunicazione aumentativa e alternativa (Symwriter) e la realizzazione di un libro a misura del proprio compagno. 

Ho dimenticato di dire che la classe ha fatto anche l’introduzione e che il libro è corredato, per ogni campo, da un disegno. C’era, infatti, un gruppo incaricato di realizzare i disegni che completano il libro e rendono più immediata la storia per F. 

La cura è secondo me la chiave di lettura di questa nuova epoca contrassegnata da un forte individualismo. La cura è un modo per frenare le tendenze di affermazione personale e di individualismo tipiche dell’attuale generazione.

Per quanto ha potuto constatare, le dinamiche di classe sono cambiate dopo il progetto?

Assolutamente sì. Innanzi tutto, i ragazzi di fronte a una disabilità tendono a non prendere iniziative. Quando gli si danno delle opportunità per abbattere le barriere, si crea un’inevitabile vicinanza fatta di autenticità e naturalezza. 

Infine, con il progetto sull’Inferno, ci siamo anche divertiti. Tuttavia, le ricadute positive sulla classe non sono mai il risultato di un singolo progetto ma di un percorso lungo.

Pensa che senza la sua intraprendenza un progetto simile si sarebbe fatto?

Se tu intravedi un’apertura e ti vuoi buttare, ti devi buttare. Ciò nella consapevolezza che non sai come farai e come arriverai. Quindi con tanti rischi: il primo è che tu non sia pagato. Se fossi legata alla retribuzione, come spesso si ragiona, non avrei fatto questo e tanti altri miei progetti. Ho lavorato tantissimo per organizzare. Tutto extra.

Ha raggiunto gli obiettivi che si era preposta?

L’obiettivo è creare momenti di inclusione e, a mio avviso, ce ne sono stati: dalla lettura del libro alla naturalezza con cui si sono relazionati i ragazzi tra di loro e con il loro compagno. 

Poi, in realtà, con questo mestiere capita spesso di stabilirsi degli obiettivi e di arrivare da un’altra parte. Talvolta, il punto reale di arrivo è più edificante di quello programmato.

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