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12 Febbraio 2024

Parola a Giulia Gazzo (Lunny)

Lunny con le cuffie antirumore

Il rapporto con il conflitto e l’attivismo online

Giulia Gazzo, conosciuta come Lunny, è una donna di 37 anni, cisgender e queer, femminista intersezionale, autistica adhd e discalculica.

Di cosa ti occupi?

Mi occupo di quello che faccio negli spazi online – sensibilizzazione e attivismo – che non sono scissi dalla mia vita, ma ne fanno parte. Come molte persone autistiche per me è molto difficile mantenere un’occupazione convenzionale sul lungo termine, non in questo sistema basato su un modello unico neurotipico e capitalista. Negli anni sono stata impiegata in ufficio, commessa in libreria, dog sitter.

Tempo fa hai partecipato alle live instagram “Attraversabilità degli spazi politici & auto-rappresentanza" e “Accessibilità come atto politico” proposte da greenenergin (account instagram). Come sono nate queste live?

Sono nate perché le persone disabili non sono previste. Non è prevista la loro presenza negli spazi e non sono previste le loro esperienze, né i dati allarmanti che le riguardano quando si parla di violenza di genere, violenza razzista e violenza queer fobica.

Non solo alle persone disabili viene data scarsa attenzione, ma molte di loro sono messe nella condizione di fare enorme fatica anche solo a denunciare. I motivi sono molteplici: non solo i centri anti violenza sono spesso inaccessibili per le persone disabili, ma quando si dipende da una persona caregiver per i bisogni più semplici (come vestirsi, lavarsi, ma anche gestire il denaro) riconoscere la violenza subita è difficile, e anche quando viene riconosciuta denunciarla senza temere ripercussioni è spesso rischioso o semplicemente impensabile. 

Le persone disabili, specie se socializzate come donne, sono tra le più esposte ad ogni forma di violenza fisica, psicologica, domestica ed economica.

Perché nel discorso pubblico questi dati e queste esperienze restano sempre invisibili? Perché quando manifestiamo non si parla mai di emergenza abilista, nonostante quella delle persone disabili sia forse la minoranza più numerosa al mondo?

In occasione del 25 Novembre 2023, giornata mondiale per l’eliminazione della violenza sulle donne, si è manifestata una massiccia mobilitazione, frutto dell’indignazione scatenata dal brutale femminicidio di Giulia Cecchettin, purtroppo uno tra tanti, ma che ha avuto particolare risonanza mediatica grazie al coraggio e alla lucidità della sorella Elena e del papà Gino. Non Una Di Meno, collettivo transfemminista intersezionale nato in Argentina nel 2015, ha coordinato e organizzato la maggior parte delle iniziative e manifestazioni su tutto il territorio nazionale, che purtroppo risultano inaccessibili alla maggioranza delle persone disabili rendendo evidente la scarsa considerazione che un femminismo autodefinitosi “intersezionale” riserva all’intersezione riguardante le disabilità. Così, dopo questo ennesimo 25 Novembre di piazze inaccessibili, Marta Migliosi e Asya Bellia, attiviste disabili, hanno scritto una meravigliosa lettera aperta indirizzata a Non Una di Meno, dove hanno denunciato, con intento costruttivo, tutto questo. 

Io, come tante persone singole e tanti collettivi, ho aderito con la mia firma a questa lettera aperta, che ha prodotto con effetto valanga un circolo virtuoso di confronti e scambi, ricchi di rabbia e tanta voglia di prendersi cura. 

In seguito a questi scambi è nata l’esigenza di fare delle live a cuori e microfoni aperti, nel senso che come in una staffetta le persone che hanno partecipato si sono date il cambio permettendo a chiunque volesse di prendere parola. 

Spero ne seguiranno altre, di live così, perché questo tipo di occasioni permettono di fare comunità a tante persone che non hanno mai la possibilità di esprimersi e condividere le proprie esperienze. Pur riconoscendo il grande lavoro di un movimento partito dal basso e autofinanziato, consideriamo inaccettabile che, come titola la lettera aperta di Marta e Asya, per Non Una Di Meno le persone disabili siano meno. C’è tanto lavoro da fare, ognun di noi ha tanto abilismo da decostruire e tanto da imparare.

Nelle live avete parlato del ruolo del conflitto alla base di ogni cambiamento. Qual è il tuo rapporto con il conflitto?

È complicato, perché da persona neurodivergente mi trovo spesso a sentirmi come se parlassi una lingua straniera scarsamente studiata. 

Spesso quella che per la maggioranza neurotipica è dialettica per me è un’aggressione, e viceversa. Chi ha ragione? Dove finisce un call out e dove inizia una shit storm? Dove finisce il sano (ma sano per chi?) conflitto e dove inizia la prepotenza? 

Sono modalità estremamente complicate per una persona neurodivergente, e negli spazi di lotta queste dinamiche comunicative sono date troppo spesso per scontate. Per essere credibili ci si deve parlare “in faccia”, a bruciapelo, o comunque in modalità sincrona (cioè parlarsi in tempo reale, che sia dal vivo o in remoto come ad esempio al telefono o in chat). 

Eppure per me, e per tante persone autistiche, la modalità preferibile è frequentemente quella asincrona (non parlarsi in tempo reale, ad esempio tramite messaggi scritti o vocali). Le modalità comunicative sono molteplici, non ne esiste una valida in assoluto. Sarebbe davvero importante riconoscere questo, anzitutto, per venirsi incontro, e di conseguenza dare legittimità a spazi e modalità alternative per poter comunicare il conflitto e il disaccordo.

screen della live
Lunny con cartello sono autistica

Secondo te esistono delle gerarchie nei movimenti per i diritti?

Purtroppo sì. Gerarchie occidentaliste ed eurocentriche anzitutto, che ci portano a considerare di primaria importanza solo quello che più ci tocca da vicino, e di stampo abilista. Chi comunica in un modo convenzionalmente più comune è considerata una persona maggiormente credibile e affidabile. 

Le gerarchie riguardano anche il potere mediatico, chi ha maggior seguito ha maggior spazio di manovra, ma non sempre lo utilizza in maniera virtuosa.

Quali sono le parole più problematiche utilizzate da persone non disabili per parlare di disabilità?

Oh, ce ne sono parecchie, alcune estremamente desuete ma che vengono ancora utilizzate, anche nei documenti ufficiali dell’INPS. 

Handicap, persona con handicap, handicappat, sono parole che finché non ti vengono rivolte personalmente non riesci a misurare il disgusto e lo stigma che si portano dietro. 

La prima volta che ho letto i miei documenti di invalidità civile e ho letto “portatore di handicap” (ovviamente hanno utilizzato il cosiddetto maschile universale) ho proprio immaginato uno zainetto contenente l’autismo. Se io porto questo peso, questo zainetto, sono appesantita, e se io sono appesantita sono un peso per la società. È questo il senso finale di questo tipo di linguaggio. 

“Diversamente abile” è terribile, uno schiaffo travestito da carezza che rivela la paura per la diversità. Noi non neghiamo la differenza, quello che non accettiamo è la costante comparazione, perché la comparazione porta alle gerarchie.

Noi non valiamo di meno, non valiamo nemmeno di più, valiamo quanto chiunque dovrebbe valere, siamo disabili perché la società ci disabilita e non rientriamo nella cosiddetta norma statistica, perché dovremmo utilizzare sciocchi giri di parole? Vi mette a disagio la nostra presenza?

C’è tanto lavoro da fare, ognun di noi ha tanto abilismo da decostruire e tanto da imparare.

Il ruolo di internet nell’attivismo: come è cambiato negli ultimi anni?

Se internet è stato ed è ancora un luogo rivoluzionario per le persone disabilitate, che tramite il digitale possono far sentire la propria voce, protestare e socializzare, organizzarsi e fare informazione, è anche vero che il capitalismo ha cambiato il ruolo di internet nell’attivismo. Guadagnare tramite i social, soprattutto attraverso l’esposizione della propria immagine per sponsorizzare dei prodotti commerciali, appare poco trasparente, specialmente se si occupa lo spazio digitale per parlare anche di temi sociali.

Vendere, o come si dice oggi sponsorizzare, significa creare dei bisogni, e quando questo si intreccia con l’attivismo si può creare un cortocircuito, si rischia di piegare le lotte collettive al guadagno personale.

Si è creato un clima di sospetto asfissiante da caccia alle streghe, il digitale è diventato il male a prescindere perché viene percepito come un prodotto capitalista a prescindere. 

In tutto questo discorso, le persone disabilitate non esistono e le loro esperienze positive con il digitale vengono ignorate.

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